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domenica 8 giugno 2014

George Saunders sul potere della Bontà.

illustrazioni
via New Yorker

Come Jack Kerouac prima di lui, anche George Saunders, celebrato autore tra gli altri di Dieci dicembre (Minimum Fax), è un sostenitore della bontà in tutti i suoi aspetti. In particolare faccio riferimento al discorso che ha tenuto nel Maggio 2013 alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Syracuse University. Il "commencement speech" è una pratica molto diffusa nelle università americane; basti ricordare gli iconici interventi di Steve Jobs a Stanford e di David Foster Wallace, sul senso della vita, al Kenyon College. Il discorso  in questione è stato poi adattato e pubblicato recentemente, anche in Italia, nel libro L'egoismo è inutile. Elogio della gentilezza (Minimum Fax).
Un estratto del discorso, che affronta i temi dell'importanza e del potere della bontà, basandosi su un aneddoto di gioventù di Saunders, è stato animato ed adattato dal canale youtube Above Average in questo video:



La trascrizione, e relativa traduzione, qui sotto:

I’d say, as a goal in life, you could do worse than: Try to be kinder.
In seventh grade, this new kid joined our class. In the interest of confidentiality, her name will be “ELLEN.” ELLEN was small, shy. She wore these blue cat’s-eye glasses that, at the time, only old ladies wore. When nervous, which was pretty much always, she had a habit of taking a strand of hair into her mouth and chewing on it.
 
So she came to our school and our neighborhood, and was mostly ignored, occasionally teased (“Your hair taste good?” — that sort of thing). I could see this hurt her. I still remember the way she’d look after such an insult: eyes cast down, a little gut-kicked, as if, having just been reminded of her place in things, she was trying, as much as possible, to disappear. After awhile she’d drift away, hair-strand still in her mouth. At home, I imagined, after school, her mother would say, you know: “How was your day, sweetie?” and she’d say, “Oh, fine.” And her mother would say, “Making any friends?” and she’d go, “Sure, lots.”
Sometimes I’d see her hanging around alone in her front yard, as if afraid to leave it.
 
And then — they moved. That was it. No tragedy, no big final hazing.
One day she was there, next day she wasn’t.
End of story.
 
Now, why do I regret that? Why, forty-two years later, am I still thinking about it? Relative to most of the other kids, I was actually pretty nice to her. I never said an unkind word to her. In fact, I sometimes even (mildly) defended her.
But still. It bothers me.
 
So here’s something I know to be true, although it’s a little corny, and I don’t quite know what to do with it: 
What I regret most in my life are failures of kindness. 
Those moments when another human being was there, in front of me, suffering, and 
I responded … sensibly. Reservedly. Mildly. 
Or, to look at it from the other end of the telescope: Who, in your life, do you remember most fondly, with the most undeniable feelings of warmth?
Those who were kindest to you, I bet.
 
But kindness, it turns out, is hard — it starts out all rainbows and puppy dogs, and expands to include . . . well, everything.

Traduzione: 
Dirò che, come obiettivo nella vita, uno dei migliori che potrai avere è: Prova a essere più gentile.
Alle medie, questa nuova ragazza si unì alla nostra classe. Nell'interesse dell'anonimato, il suo nome sarà "ELLEN". ELLEN era piccola, timida. Indossava questi occhiali blu a occhi di gatto che, al tempo, indossavano solo le vecchie signore. Quando era nervosa, ed accadeva piuttosto spesso, aveva l'abitudine di mettersi in bocca ciocche di capelli e di masticarle.
 
Così venne nella nostra scuola e nel nostro quartiere, ed era perlopiù ignorata, occasionalmente presa in giro ("I tuoi capelli hanno un buon sapore?"- quel genere di cose). Vedevo come questo la ferisse. Mi ricordo ancora l'espressione che esibiva dopo quel tipo di insulti: occhi abbassati,  colpita allo stomaco, come se, ricordatasi del posto che di solito occupava, cercasse di scomparire. Dopo un po' si sarebbe spostata, con i capelli ancora in bocca. A casa, immaginavo, dopo scuola, sua madre chiederle: " Come è andata a scuola, tesoro?" e lei dire, "Oh, Bene." E sua madre, " Hai fatto amicizia?" e lei, "Sicuro."
Ogni tanto la vedevo aggirarsi da sola vicino al vialetto di casa, come se avesse paura di abbandonarlo.
E poi — se ne andarono. Così. Nessuna tragedia, nessun gran finale tormentato.
Un giorno c'era, il successivo no.
Fine della storia.
Ora, perché mi dispiaccio di questo? Perché, quarantadue anni dopo, ci penso ancora? Relativamente a molti degli altri bambini, mi comportavo abbastanza bene con lei. Non le ho mai rivolto una parola spiacevole. Nei fatti, ogni tanto l'ho difesa,  seppur mitemente. Ma ancora, mi assilla.
Così ecco qualcosa che so essere vero, nonostante sia un po' sdolcinato, e non sappia esattamente cosa farci: 
Ciò che rimpiango di più nella mia vita sono gli episodi in cui non mi sono dimostrato buono. 
Quei momenti in cui un altro essere umano era lì, di fronte a me, sofferente, e 
ho risposto … in modo assennato. Riservato. Pacato.
O, per vederla dal lato opposto del telescopio: Chi, nella vostra vita, ricordate più teneramente, con il più indiscutibile calore?
Quelli che con voi si sono dimostrati buoni e gentili, scommetto.
Ma la gentilezza, in realtà, è difficile - comincia con arcobaleni e cagnolini, e si espande per includere..., beh, tutto.

via 

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