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martedì 10 giugno 2014

Combattere la solitudine: come preservare la comunità in una società di massa

Jean Michel Basquiat

Ieri ho visto un video in cui un giornalista americano si reca a Tokyo per investigare sulla scena del sesso locale e sui legami che essa ha con la Yakuza, la mafia giapponese. Il cronista sperimenta in prima persona alcune delle attività preferite da una buona fetta della popolazione giovanile; quella fascia d'età destinata in breve a legarsi, avere figli, consumarsi ed invecchiare. Il problema risiede proprio qui: il paese ha il più alto numero al mondo di anziani sul numero totale degli abitanti, perché i giovani non vogliono avere famiglia; non vogliono procreare. La popolazione sta lentamente diminuendo e in cinquant'anni, ai ritmi attuali, si dimezzerà. Il punto interessante del video risiede principalmente nella miriade di divertimenti che sono nati per sopperire ai bisogni emozionali di centinaia di migliaia di single; che sperimentano carenze affettive e solitudine molto gravi, unite probabilmente al peso alienante di una società non perfettamente adatta alle loro esigenze. In Giappone esistono club dove donne single si radunano per poter scambiare solo poche parole con un uomo, in genere una specie di celebrità, un esperto di relazioni che viene pesantemente remunerato. Per gli uomini in cerca di attenzioni femminili, invece, appositi centri di coccole permettono di farsi cullare o farsi rimuovere il cerume da una perfetta estranea. Se preferite invece scappare dalla realtà, creandovi una compagna personalizzata, si può scegliere tra un vasto assortimento di fidanzate virtuali e bambole gonfiabili.

Oggi mi chiedo, quanto rischiamo che la nostra situazione somigli a questa?
Anche noi amiamo distrarci a morte, riempiendo la nostra vita di divertimenti ed evitando di fare i conti con la realtà così com'è, come qualcuno ha giustamente sottolineato.
Come si fa a preservare i rapporti umani, la comunità e la socialità in una società di massa? In una società che tende all'individualismo e all'indifferenza? Che mercifica ogni cosa, finanche le emozioni e le interazioni personali? Come combattere l'apatia che lentamente si insinua in mezzo a noi?

La mia vicina, una sera, ha dimenticato le proprie chiavi di casa nel buco della serratura esterno. Suonare il campanello non è stato sufficiente a farmi aprire perché le riconsegnassi ciò che le apparteneva, perché non voleva aprire la porta. Le ho dovuto spiegare urlando il motivo della visita, cosa che l'ha poi costretta ad aprire, ma solo, badate, per prendere le maledette chiavi.
In questi frangenti è facile chiedersi se ciò rappresenti una prassi "normale". Voi avreste aperto?
Se suonano alla vostra porta, voi aprite?
Se vi chiamano, rispondete?

Credo che per iniziare a ricreare dei rapporti più umani, specie in città come Milano, si debba partire da queste piccole cose. Per combattere la diffidenza e la solitudine.

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