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martedì 13 maggio 2014

I doni dell'imperfezione e il potere della vulnerabilità.

Stephen Shore

Serve coraggio per scrivere, per essere se stessi, per dire tutto quello che ci passa per la testa. Ci vuole del coraggio per essere imperfetti e per non aver paura del giudizio degli altri. Ciò che ci permette di "connetterci" davvero con qualcuno è la possibilità che entrambi abbiamo di mostrarci vulnerabili, di non avere timore del giudizio altrui, di essere compassionevoli prima di tutto con noi stessi, per poter capire gli altri. Per stabilire una connessione è necessario abbandonare l'idea del sé perfetto ed ideale che ognuno di noi si porta dietro, abbandonare gli egoismi per essere veramente chi siamo.
Brené Brown è una ricercatrice-narratrice americana, come ella stessa si definisce. E mentre forse vi starete chiedendo che cosa sia una ricercatrice-narratrice, vorrei davvero non dirvi che questo mestiere non esiste; perché quest'autrice è sì una ricercatrice, ma una molto speciale, ovvero una che racconta storie.
La sua storia, proveniente ancora una volta dai Ted Talks, precisamente da Houston, Texas, narra l'avventura di questa donna alla ricerca del significato delle connessioni, delle relazioni che creiamo e del perché alcuni di noi non riescono a relazionarsi in maniera stabile con il prossimo. La Brown, durante la sua ricerca ha intervistato migliaia di persone, ne ha trascritto le storie, ne ha letto i diari e alla fine ha elaborato una teoria. La domanda a cui voleva rispondere è: cosa regola i rapporti umani?
Ho scoperto che si trattava della vergogna. E la vergogna é veramente percepita come la paura di disconnessione. C'è qualcosa nella mia vita che, se scoperta da altre persone, farà si che non meriterò più il rapporto con loro? Le cose che vi posso dire su di essa sono: è universale; la proviamo tutti. Le uniche persone che non provano vergogna non hanno capacità di immedesimarsi o di connessione.Nessuno ne vuole parlare, e meno ne parli, più ne hai. La base su cui poggia la vergogna, è "Non valgo abbastanza, ""-- un sentimento che noi tutti conosciamo: "Non sono abbastanza pulito. Non sono abbastanza magro. o ricco, o bello, o intelligente, o non ho avuto abbastanza promozioni." La base di tutto questo è una vulnerabilità lancinante, questa idea che abbiamo per cui, affinché il rapporto si crei,dobbiamo fare in modo di essere visti, visti davvero.
La sua ricerca e questa storia, che sono durate in tutto sei anni, però, non finiscono qui. Brené Brown non era soddisfatta perché le sembrava mancasse ancora qualcosa, per capire davvero il problema. Tornando alle interviste, si concentrò esclusivamente sulle persone che erano riuscite nella propria vita a creare delle relazioni stabili e durature, delle "connessioni" vere e proprie. Cos'era che le accomunava?
Per cui queste persone avevano, semplicemente, il coraggio di essere imperfetti. [..]
L'altra cosa che avevano in comune era questa. Accettavano completamente la vulnerabilità. Credevano che quello che li rendeva vulnerabili li rendeva belle persone. Non parlavano della vulnerabilità in maniera confortevole, né ne parlavano come qualcosa di straziante -- come ne avevo sentito parlare in precedenza nelle interviste sulla vergogna. Ne parlavano come di una cosa necessaria. Parlavano della volontà di dire "ti amo" per primi, la volontà di fare qualcosa quando non ci sono garanzie (di successo, ndt) la volontà di respirare mentre attendi che il medico chiami dopo la tua mammografia. Hanno la volontà di investire in una relazione che potrebbe funzionare, o no. Pensavano che fosse fondamentale.
Illustrazione di Lisa Congdon

Da questo è stata in grado di capire qual era il cuore del problema. Ed era anche ciò che più la sconcertava, perché ella stessa rifiutava di concepirsi come una persona vulnerabile:
Be', ho un problema con la vulnerabilità. E so che la vulnerabilità è il cuore della vergogna e della paura e della nostra lotta per la dignità ma sembra essere anche la culla della gioia, della creatività, del senso di appartenenza, dell'amore. E credo di avere un problema, e ho bisogno di aiuto.
La nostra vulnerabilità in definitiva ci rende esseri umani, ci fa sentire vivi, ci fa emozionare, nel bene e nel male. Perché quindi cedere ad un controllo razionale e compulsivo di sé, quando questo ci porta, come inevitabilmente succede, a non provare più niente? Viviamo in un mondo che espone i nostri punti deboli ed istintivamente la nostra risposta è quella di difenderci. Di chiuderci. Per sentirci più forti. Ma non è questa la strada secondo lei:
Il problema è -- ed è qualcosa che ho imparato dalla ricerca -- che non si possono sopprimere le emozioni in maniera selettiva. Non si può dire, questa è la roba cattiva. Ecco la vulnerabilità, il dolore, la vergogna, la paura, la delusione, non voglio provare questi sentimenti. Mi faccio un paio di birre ed un muffin con noci e banane. Non voglio provarle. E so che ridete perché è vero. Entro nelle vostre vite per mestiere. Dio. Non si possono addormentare questi sentimenti negativi senza sopprimere gli affetti, le nostre emozioni. Non puoi selezionare cosa sopprimere. Per cui, quando sopprimiamo questi, sopprimiamo anche la gioia, addormentiamo la gratitudine, siamo insensibili alla felicità. E poi stiamo male, e cerchiamo un significato ed una ragione, e allora ci sentiamo vulnerabili ed allora ci facciamo due birre ed un muffin con noci e banane. E si innesca un ciclo pericoloso.
E la conclusione appare banale da quanto è semplice, perché è quella più naturale. Ovvero abbandonarci alle emozioni, senza aver paura di provarle:
Ma c'è un altro modo, e con questo vi lascio. Questo è quanto ho scoperto: lasciatevi osservare, profondamente, e in maniera vulnerabile; amate con tutto il cuore anche se non esiste garanzia -- ed è davvero molto difficile, e vi posso dire, da genitore, che è estremamente difficile -- siate grati e gioiosi in quei momenti di terrore, quando ci chiediamo "Posso amare così tanto?" Posso credere in questo cosí appassionatamente? Posso essere così agguerrito su questa cosa?" Essere capaci di fermarsi e, invece di vedere una catastrofe come possibile risultato, dire "Sono così grata, perché sentirsi così vulnerabile significa che sono viva." E l'ultima cosa, che credo sia probabilmente la più importante, è credere che siamo abbastanza. Perché quando lavoriamo da un luogo dal quale possiamo dire "Sono abbastanza"allora smettiamo di urlare ed iniziamo ad ascoltare, siamo più gentili con la gente che ci sta attorno, e con noi stessi.

Lisa Congdon


UPDATE:
(Le tesi dell'autrice sono riassunte nel suo libro: The Gifts of Imperfection: Let Go of Who You Think You're Supposed to Be and Embrace Who You Are)

(In quest'altro, dal titolo: Daring Greatly, la Brown esplora la nozione di vulnerabilità e le dà una definizione più precisa che qui riporto:
Vulnerability isn’t good or bad. It’s not what we call a dark emotion, nor is it always a light, positive experience. Vulnerability is the core of all emotions and feelings. To feel is to be vulnerable. To believe vulnerability is weakness is to believe that feeling is weakness. To foreclose on our emotional life out of a fear that the costs will be too high is to walk away from the very thing that gives purpose and meaning to living. 
[…] Vulnerability is the birthplace of love, belonging, joy, courage, empathy, accountability, and authenticity. If we want greater clarity in our purpose or deeper and more meaningful spiritual lives, vulnerability is the path )
(citazioni via )

3 commenti:

  1. Complimenti per le bellissime parole di questo post.
    Pura arte e poesia!
    un saluto
    da Roberta

    Ho aperto da poco questo nuovo blog su moda, arte e design. Se ti va, passa a trovarmi. Ti aspetto!
    Blog Kitsch & Camp su wordpress
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  2. Considerazioni profonde e vere , che mettono a nudo noi stessi.

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