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mercoledì 25 giugno 2014

Primo Levi sull'amicizia.

via


Di noi ciascuno reca l’impronta 
Dell’amico incontrato per via;

Gli amici ci cambiano e noi cambiamo loro, in un continuo scambio che è l'essenza dell'amicizia stessa. Il semplice gesto di aprirci agli altri, rifiutando l'egoismo e accettando che le nostre debolezze siano in bella mostra, ci apre un mondo di gratitudine e di gentilezza inaspettate.
Una breve poesia di Primo Levi richiama i sentimenti dello scrittore verso i propri amici:

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita. 
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite. 
 
16 dicembre 1986

lunedì 23 giugno 2014

Come rendere lo stress amico, gestirne i sintomi e usarlo a proprio vantaggio.

fallen angel
Fallen Angel, Jean Michael Basquiat

Chi di noi non si sente stressato? E chi di noi non mai dato la colpa allo stress per i propri disturbi fisici, per l'insonnia e il cattivo umore? Quando si tratta di stress ci viene sempre da pensare che sia un problema grave che va eliminato, dal momento che ovunque è dipinto come un nemico, come contraltare del benessere. Oggi mi chiedo, e se non fosse così?

Kelly McGonigal è una psicologa della salute e si occupa di tradurre studi teorici in consigli utili e pratici. Negli ultimi dieci anni è stata una delle sostenitrici della tesi secondo cui lo stress è un nemico da combattere. Poi ha cambiato idea. E vi spiego come.
Cominciamo con la ricerca che mi ha fatto ripensare l'intero approccio allo stress. Questa ricerca ha tracciato 30.000 adulti negli Stati Uniti per otto anni, cominciando a chiedere alla gente, "Quanto stress hai provato nell'ultimo anno?" Hanno anche chiesto, "Credi che lo stress sia dannoso per la salute?" Poi hanno usato i registri dei decessi per scoprire chi era deceduto.
Ciò che hanno scoperto era che le persone che avevano provato molto stress nell'anno precedente avevano un rischio di decesso superiore del 43% rispetto ai rimanenti. Questo, però, era vero solo per le persone che credevano che lo stress fosse dannoso per la salute. Le persone che provavano molto stress ma che non vedevano lo stress come dannoso avevano meno probabilità di morire. Di fatto, avevano il rischio di decesso più basso di tutti, comprese le persone relativamente poco stressate.

Quindi Fatto n.1:
Questo studio mi ha fatto pensare: cambiare il modo di vedere lo stress può farvi stare meglio? La scienza dice di sì. Quando cambiate idea sullo stress, potete cambiare la reazione del vostro corpo allo stress.
La reazione del nostro corpo allo stress, come è stato evidenziato in vari studi, si palesa essenzialmente con battito cardiaco aumentato e vasi sanguigni ristretti. Questo è uno dei motivi per cui lo stress cronico viene talvolta associato a malattie cardiovascolari. Nelle persone che sanno gestire lo stress, che non percepiscono quest'ultimo come un problema, i vasi sanguigni rimangono rilassati. Il cuore batte forte lo stesso, ma è un profilo cardiovascolare molto più sano. Assomiglia molto a quello che accade in momenti di gioia e coraggio.  Il cuore, battendo forte, si prepara per l'azione. Il respiro veloce porta più ossigeno al cervello. Lo stress ben gestito non è dannoso.

Fatto n.2:
lo stress vi rende socievoli
E come? Quando siamo sotto stress il nostro corpo produce in risposta un ormone chiamato ossitocina:
(L'ossitocina) Ha anche un soprannome, l'ormone delle coccole, perché viene rilasciato quando abbracciate qualcuno. Ma è solo una piccola parte di quello che fa l'ossitocina. L'ossitocina è un neuro-ormone. Aggiusta gli istinti sociali del vostro cervello. Vi prepara a fare cose che rafforzano le relazioni più strette. L'ossitocina vi fa desiderare il contatto fisico di amici e familiari. Migliora la vostra empatia. Vi spinge anche a essere più servizievoli nei confronti delle persone a cui tenete. Qualcuno ha addirittura suggerito che dovremmo sniffare ossitocina per diventare più compassionevoli e premurosi. Ma c'è una cosa che la gente non capisce dell'ossitocina. È un ormone dello stress. La vostra ghiandola pituitaria emette questa roba in reazione allo stress. Fa parte della reazione allo stress tanto quanto l'adrenalina che vi fa battere forte il cuore. Quando viene rilasciata ossitocina in reazione allo stress, vi spinge a cercare supporto. La vostra reazione biologica allo stress vi spinge a raccontare a qualcuno come vi sentite invece di tenervelo dentro. La vostra reazione allo stress vuole assicurarsi che notiate quando qualcun altro nella vostra vita soffre in modo che possiate sostenervi a vicenda. Quando la vita è difficile, la vostra reazione allo stress vuole che siate circondati da persone che tengono a voi. 
Conoscere questo aspetto dello stress come può rendervi più sani? L'ossitocina non agisce solo sul vostro cervello. Agisce anche sul vostro corpo, e uno dei suoi ruoli principali nel vostro corpo è proteggere il vostro sistema cardiovascolare dagli effetti dello stress. È un antinfiammatorio naturale. Aiuta anche i vasi sanguigni a rimanere rilassati durante lo stress. Ma il mio effetto preferito sul corpo è quello sul cuore. Il vostro cuore ha dei recettori di questo ormone, e l'ossitocina aiuta a rigenerare le cellule cardiache e curare qualunque danno causato dallo stress. Questo ormone dello stress rafforza il cuore, e la cosa fantastica è che tutti questi benefici fisici dell'ossitocina vengono aumentati dal contatto sociale e dal supporto sociale, in modo che quando vi rivolgete ad altri sotto stress, che sia per cercare supporto o per aiutare qualcun altro rilasciate maggiori quantità di questo ormone, la vostra reazione allo stress diventa più sana, e recuperate più velocemente dallo stress. Trovo straordinario che la vostra reazione allo stress abbia un meccanismo incorporato per la resistenza allo stress, e che quel meccanismo siano le connessioni umane.
 Quindi la McGonigal suggerisce una via alternativa a quella che descrive il nostro usuale rapporto con lo stress. Imbracciare lo stress e padroneggiarlo per costruire dei rapporti umani più profondi e duraturi e viceversa. La sua è una psicologia del coraggio, ovvero quella di affrontare le sfide e le difficoltà che la vita ci pone per uscirne felici e rigenerati. Lo stress è salutare per raggiungere determinati obiettivi personali, e vivere una vita più ricca e felice.
Come pensate e come agite può trasformare il modo di sperimentare lo stress. Se scegliete di vedere la reazione allo stress come utile, create la biologia del coraggio. Quando scegliete di entrare in sintonia con gli altri sotto stress, create capacità di recupero.Non chiedo altre esperienze stressanti nella vita, ma questa scienza mi ha fatto davvero rivalutare lo stress.Lo stress ci dà accesso ai nostri cuori, al cuore compassionevole che trova gioia e senso nell'entrare in sintonia con gli altri, e al cuore fisico, che batte forte e che tanto lavora per darci forza ed energia. Quando scegliete di vedere lo stress in questo modo, non solo affrontate meglio lo stress, ma fate anche un'asserzione molto profonda. State dicendo che potete fidarvi di voi stessi quando si tratta di gestire le sfide della vita, e ricordate a voi stessi che non le dovete affrontare da soli.

via 

sabato 21 giugno 2014

David Foster Wallace su come riempire il vuoto interiore ed eliminare la paura di vivere


Nell'intervista per certi versi memorabile che David Foster Wallace rilasciò a David Lipsky e pubblicata integralmente in: "Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta", oltre ad esplorare i vantaggi della letteratura rispetto alla televisione, lo scrittore americano affronta alcune delle tematiche contenute in Infinite Jest, ovvero il perché riempiamo la nostra vita di divertimenti, di attività il cui unico scopo è intrattenerci, divertirci e mettere a tacere la nostra voce interiore. La voce che più ci spaventa e ci fa sentire soli.
Uno stralcio di questa conversazione mette in luce la profonda debolezza che Wallace sperimentava in prima persona, e che l'aveva condotto a più riprese a delle vere e proprie crisi, ovvero la paura di stare al mondo:
Secondo me il motivo per cui la gente si comporta male è che fa veramente paura stare al mondo ed essere umani, e siamo tutti tanto, tanto spaventati. E i motivi..
La paura è la condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma il punto è... è che.. è che il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. E non nella posizione di voler usare qualunque strumento, di usare le persone per tenere lontano quel tipo di terrore. Io la penso così. Be', per quanto mi riguarda, come maschio americano, il volto che do a quel terrore è la nascente consapevolezza che nulla è mai abbastanza, mi spiego? Che il piacere non è mai abbastanza, che ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza. Che c'è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno. Secondo me funziona così da sempre, fin da quando gli uomini primitivi si picchiavano con le clave. Anche se si può descrivere in mille parole e in mille gerghi culturali diversi. E la sfida che ci si prospetta, in particolare, sta nel fatto che non c'è mai stata così tanta roba, e di qualità tanto alta, proveniente dall'esterno, che sembra tappare provvisoriamente quel buco, o nasconderlo.
Personalmente, credo che se è tamponabile in qualche modo, lo è solo grazie a degli strumenti INTERIORI. E non so neanche cosa significa. Credo che in un certo senso sia giusto così.  [...]

Introducendo un concetto che avrebbe poi affrontato anche George Saunders, nel suo elogio alla gentilezza, e che Kerouac aveva discusso in una lettera alla propria ex moglie:

Probabilmente grazie a certi strumenti interiori lo si può tamponare. Quegli strumenti interiori bisogna guadagnarseli e svilupparli, e hanno a che vedere con... mmm... per fare della psicologia spicciola, con l'amore per se stessi. E' più, come dire... se pensi a quelle volte nella vita che hai trattato le persone con un amore e una correttezza straordinari, e te ne sei preso cura in maniera totalmente disinteressata, solo perché avevano un valore come esseri umani... Ecco, la capacità di fare altrettanto con noi stessi. Di trattare noi stessi come tratteremmo un buon amico, un amico prezioso. O un nostro bambino che amiamo più della vita stessa. E penso  che sia possibile arrivarci. Penso che in parte il compito che abbiamo sulla terra sia imparare a fare questo. So che sembra una frase un po' da bigotta.


Ancora su DFW: 3 consigli per esprimersi meglio, da David Foster Wallace 

giovedì 19 giugno 2014

Come costruire un mondo immaginario in pochi passi. Cosa accomuna Harry Potter, Il Signore degli Anelli e Matrix.

Stephen Shore

Qual è il processo attraverso cui un mondo, descritto e immaginato dall'autore nella sua stanzetta, prende vita e si trasforma, grazie alla nostra immaginazione, in qualcosa di reale, qualcosa che ci fa sognare, piangere e combattere come se anche noi prendessimo parte alle vicende narrate? Cos'è quella magia che sprigiona dalle grandi storie che ci avvolge e ci rapisce senza scampo?
La risposta esatta probabilmente non esiste, ma un elemento di continuità che accomuna tutte le storie che prevedono un super mondo fantastico, è il fatto che questo mondo è di per sé coerente. Che le leggi che lo governano sono abbastanza chiare ed esplicative, sono "credibili". 
Proprio come nella vita reale, i mondi immaginari funzionano coerentemente secondo una gamma di leggi fisiche e sociali. È questo ciò che rende questi intricati mondi credibili, comprensibili e degni di essere esplorati. 
Quindi se Gandalf muore e poi risorge, ci crediamo perché sappiamo che il suo spirito è immortale, mentre il suo corpo non lo è. Se ci troviamo all'interno di Matrix e Neo vola e pilota oggetti, lo può fare perché è l'eletto. Se Harry Potter fa levitare gli oggetti è perché è un mago, e noi dei semplici babbani.



La scrittrice Kate Messner, in questo video per Ted-Ed, delinea alcuni dei propri "segreti" per costruire un mondo immaginario che catturi la nostra immaginazione:
Comincio con un luogo e un tempo di base. Sia che si tratti di un mondo di fantasia o di un'ambientazione futuristica del mondo reale, è importante sapere dove ci si trova e se stiamo lavorando su passato, presente, o futuro. Mi piace creare una cronologia che spieghi come quel mondo sia venuto in essere. Quali eventi del passato hanno dato forma al presente?  
Poi, raccolgo le risposte alle domande che delineano i dettagli del mio mondo immaginario. Quali sono le leggi in vigore? Questo include tutto, dalle leggi di gravità (o meno) alle norme sociali e le pene per coloro che le infrangono. Che tipo di governo c'è? Chi ha il potere, e chi no? A cosa crede la gente del posto? Cos'ha più valore in questa società? 
Quindi è ora di pensare alla vita quotidiana. Com'è il clima in questo mondo? Dov'è che gli abitanti vivono, lavorano e vanno a scuola? Cosa mangiano e come giocano? Come trattano i bambini e gli anziani? Che rapporto hanno con gli animali e le piante del loro mondo? E che aspetto hanno gli animali e le piante?Che tipo di tecnologia esiste? Quali mezzi di trasporto?E le vie di comunicazione? Che accesso hanno alle informazioni? Ci sono così tante cose a cui pensare! 
Quindi, prendetevi un po' di tempo per questi compiti e per rispondere a queste domande, e sarete sulla buona strada per costruire il vostro mondo immaginario. Una volta conosciuto il vostro mondo tanto quanto sperate che facciano i vostri lettori, liberate i personaggi al suo interno e osservate cosa succede. Chiedete a voi stessi, "Questo mondo che ho creato come influenza gli individui che ci abitano? E che tipo di conflitti potrebbero emergere?" Rispondete a queste domande, e avrete la vostra storia.


Altri consigli per raccontare una storia:

domenica 15 giugno 2014

5 segreti per una grande storia, dal regista Andrew Stanton (WALL•E)

Disney Pixar film animazione

Quali sono i segreti delle storie che ci piacciono? Dai film più belli alle fiabe che ci raccontavano da bambini? Andrew Stanton è il regista due volte premio Oscar di Alla Ricerca di Nemo e WALL•E. Nel 2012 ha parlato brevemente di cosa sia per lui una grande storia, e delle 5 idee fondamentali da tenere in mente per costruirne una affascinante e di successo. Stanton si chiede, cos'è la narrazione?

È sapere la battuta di chiusura, la fine, sapere che tutto ciò che dici, dalla prima all'ultima frase, porta a un solo obiettivo, e idealmente a confermare una verità che approfondisce la nostra comprensione di chi siamo come esseri umani. A tutti noi piacciono le storie.Siamo nati per questo. Le storie affermano chi siamo. Vogliamo tutti conferma che le nostre vite hanno un significato. E niente ci dà più conferme di quando ci connettiamo attraverso le storie. Può attraversare le barriere del tempo, passato, presente e futuro, e permetterci di sperimentare le analogie tra di noi e con gli altri, reali e immaginarie.

Nella sua carriera è stato fondamentale capire il modo di realizzare una storia che colpisca ed interessi il pubblico. Quali sono dunque i suoi segreti? Stanton li rivela facendo riferimento ad esempi celebri che tutti, o quasi, conosciamo:

1. Fai in modo che mi importi quello che hai da dire
Una storia deve attirare la simpatia degli spettatori, deve fare in modo che essi si immedesimino nei protagonisti. All'inizio delle rispettive vicende, Il Brutto Anatroccolo viene respinto dai propri "fratelli", mentre Dorothy del Mago di Oz è separata dalla famiglia.

2. Portami con te
Nel cuore della storia c'è una promessa- un viaggio, un mistero, un problema- che attira l'attenzione dello spettatore e rende la storia degna di essere ascoltata. Così il Brutto Anatroccolo decide di partire per un'avventura solitaria nel mondo, proprio come Frodo con la sua ricerca nel "Signore degli Anelli".

3. Sii intenzionale
I protagonisti devono avere una motivazione, che li guidi verso un obiettivo che sperano costantemente di poter raggiungere. Il brutto anatroccolo cerca la propria identità, oltre a voler essere accettato dai propri simili, mentre nel "Gladiatore" Massimo Decimo Meridio desidera vendicarsi contro chi ha sterminato la sua famiglia.

4. Fai in modo di piacermi
Il pubblico deve potersi immedesimare nei personaggi e deve apprezzarli, per fare in modo che essi siano degni di attenzione. Sia il Brutto Anatroccolo che Rocky affrontano prove e tribolazioni nel conseguimento del proprio obiettivo. Si crea così un senso di empatia con gli spettatori.

5. Affascinami
Incanta ed affascina il pubblico. Fai in modo che si dimentichino di se stessi, anche solo per un istante. Quando il Brutto Anatroccolo si trasforma in un bellissimo cigno e ottiene di essere accettato tra i suoi simili, quello è un grande momento. Quando Luke Skywalker distrugge la Morte Nera in Star Wars, gli spettatori sperimentano un momento di vera catarsi.


Un' interessante sguardo dietro le quinte dei film della Pixar, che si sposa alla perfezione con l'analisi sul ciclo dell'eroe, e sul perché, in fondo ci immedesimiamo con gli idoli dei nostri film e libri preferiti.

via

venerdì 13 giugno 2014

Perché la letteratura è migliore della televisione, secondo David Foster Wallace


David Foster Wallace, indimenticato autore di Infinite Jest, Brevi interviste con uomini schifosi e Questa è l'acqua, discorso sul senso della vita, nel Marzo 1996 stava appena concludendo il tour promozionale del suo libro più famoso, tenendo letture pubbliche ed interviste nelle maggiori città americane. In uno di questi frangenti si trovò a rilasciare una lunga chiacchierata, più che un'intervista convenzionale, a David Lipsky, scrittore inviato da Rolling Stone. Il suddetto colloquio, registrato in cinque lunghi giorni trascorsi assieme tra Illinois e Minnesota, in aereo, macchina e hotel, restituisce l'immagine autentica di un Dave Wallace alle prese con la scoperta della fama e della notorietà, che fa di tutto per non farsi schiacciare dalla ruota del successo. Lipsky, dopo la morte dello scrittore pubblicherà il contenuto dei nastri in un libro, intitolato: "Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta", edito da Minimum Fax, traduzione di Martina Testa.

Nel libro assieme ad una miriade di pensieri sui più disparati argomenti, dalla cultura pop, alla teoria letteraria, John Updike, John Barth, alle paranoie sulla dipendenza, spuntano delle riflessioni interessanti sulla televisione e sul ruolo dei media. In particolare, Wallace spiega perché secondo lui la letteratura è un mezzo migliore di quello televisivo:
Ho idea che.. Non sto dicendo che io ci sia riuscito alla perfezione. Ma penso che se la letteratura d'avanguardia riesce a far bene il suo lavoro, pur essendo tremendamente difficile e non tanto accessibile, seduce il lettore al punto di fargli compiere degli sforzi straordinari che normalmente non farebbe mai. E' quello il tipo di magia che la vera grande arte porta con sé.
Perché i libri devono insegnare ai loro stessi lettori come vanno letti. Quindi la questione strutturale è proprio la prima che si pone. Noi ce ne stiamo qui a lagnarci di come la tv ha rovinato il pubblico dei lettori, quando in realtà la sua unica colpa è di averci fatto il preziosissimo dono di renderci il lavoro più difficile. Capisci in che senso? Per come la vedo io, più è difficile far sentire a un lettore che vale la pena leggere quello che scrivi, più è probabile che tu stia producendo vera arte. Perché solo la vera arte ci riesce.

Mentre sul problema della complessità, della concentrazione che richiede affrontare la lettura di determinati libri, interviene anche Lipsky (in corsivo):
Ma man mano che la complessità aumenta, va a finire che il lettore si sente come se fosse entrato in una classe dopo essersi perso le prime settimane di corso. 
 Si insegna al lettore che è molto più intelligente di quanto credeva di essere. Secondo me una delle lezioni più insidiose che impartisce la tv è la meta-lezione che tu sia stupido. Questo è il massimo a cui puoi arrivare. Questa è roba semplice, e tu sei il tipo di persona che in realtà vuole solo starsene seduta in poltrona e non fare sforzi. Quando in verità ci sono parti di noi, in un certo senso, che sono molto più ambiziose. E quello che ci serve, secondo me... non sto dicendo che sia io la persona in grado di produrla, ma secondo me quello che ci serve è dell'arte seriamente impegnata, capace di insegnarci nuovamente che siamo persone intelligenti. E che ci sono cose che la tv  il cinema- anche se per certi aspetti sono meravigliosi- non possono darci. Però bisogna creare la motivazione necessaria a farci fare questo sforzo in più, mi spiego? Per capire questi altri tipi di arte. E penso che lo stesso valga anche per le altre arti visive, credo valga per la musica... 


Leggi anche:

giovedì 12 giugno 2014

La vita sulla Strada, i nuovi giovani ribelli d'America

Kitra Cahana
Mogli prova un vestito che ha appena trovato in una stazione di servizio nello Stato di Washington. Kitra Cahana, 2010.

Kitra Cahana è una fotoreporter americana che ha realizzato servizi fotografici anche per National Geographic e il New York Times. Le foto in questo post fanno riferimento ad un periodo della sua vita speso a documentare la vita di un gruppo di giovani vagabondi in giro per l'America. Le foto offrono uno sguardo nella vita di questi ragazzi, che si spostano a piedi, in autostop o sui treni merci, come gli hobo della Grande Depressione.  Per lei, che di fatto non possiede una casa di proprietà, è stato facile seguire questo progetto, vincitore dell'edizione 2009 del  Premio Art & Entertainment Stories del World Press Photo. 
I ragazzi fotografati provengono solo in parte da famiglie difficili, per il resto, il loro stile di vita rapresenta una scelta. Una ribellione contro la società, alla ricerca della libertà. Lei stessa dice:
Molti di voi potrebbero chiedersi perché qualcuno voglia scegliere una vita come questa, sottoposta al giogo di leggi discriminatorie, mangiando dai bidoni della spazzatura, dormendo sotto ponti e vivendo di lavori stagionali un po' qui e un po' lì. La risposta a questa domanda varia in base alle persone che decidono di scegliere la strada, ma i viaggiatori di solito rispondono con una sola parola: la libertà. Fino a che non vivremo in una società in cui ad ogni uomo sia conferita dignità attraverso un lavoro, che gli consente di vivere bene, e non solo di sopravvivere, ci saranno sempre quelli che cercheranno la strada come mezzo di evasione, di liberazione, e ovviamente, di ribellione.

Kitra Cahana
Rocko siede sui binari dopo aver appena perso un treno, Tacoma. Kitra Cahana, Washington, 2013.

Kitra CahanaSierra e Rocko camminano attraverso Tacoma, Washington. Kitra Cahana, Washington, 2013.


Kitra CahanaSvegliato dalla polizia. Kitra Cahana, Washington, 2011.


Kitra CahanaSal, Maray and Eli suonano e provano a vendere i propri CD alla fermata della metropolitana di First Avenue. Kitra Cahana, New York City, 2010.

Kitra CahanaMoe vista attraverso gli alberi in una hot spring. Kitra Cahana, New Mexico, 2009.


Kitra Cahana“L'angolo del bambino sporco”, American national rainbow gathering. Kitra Cahana, New Mexico, 2009.



Kitra CahanaIn un parcheggio, lasciando che i vestiti si asciughino dopo un temporale. Kitra Cahana, Minnesota, 2011.


Kitra CahanaMicaela, Nathan e il loro cane, Mung, si addormentano in un bagno in una notte di pioggia. Kitra Cahana, Washington, 2011.

Kitra CahanaRuby apre il suo sacco a pelo in una linea di vegetazione vicino a dei binari. Kitra Cahana, Minnesota, 2011.

Kitra CahanaCollin in un vagone canadese. Kitra Cahana, California, 2013.

Kitra CahanaNathan, Micaela e Ashley corrono attraverso un mediano erboso mentre il loro passaggio li aspetta vicino ad un Target StoreKitra Cahana, North Dakota, 2011.

Kitra Cahana Viaggiando in un carro merci, Kitra Cahana, Wisconsin, 2011.


Foto via; di Kitra Cahana.

martedì 10 giugno 2014

Combattere la solitudine: come preservare la comunità in una società di massa

Jean Michel Basquiat

Ieri ho visto un video in cui un giornalista americano si reca a Tokyo per investigare sulla scena del sesso locale e sui legami che essa ha con la Yakuza, la mafia giapponese. Il cronista sperimenta in prima persona alcune delle attività preferite da una buona fetta della popolazione giovanile; quella fascia d'età destinata in breve a legarsi, avere figli, consumarsi ed invecchiare. Il problema risiede proprio qui: il paese ha il più alto numero al mondo di anziani sul numero totale degli abitanti, perché i giovani non vogliono avere famiglia; non vogliono procreare. La popolazione sta lentamente diminuendo e in cinquant'anni, ai ritmi attuali, si dimezzerà. Il punto interessante del video risiede principalmente nella miriade di divertimenti che sono nati per sopperire ai bisogni emozionali di centinaia di migliaia di single; che sperimentano carenze affettive e solitudine molto gravi, unite probabilmente al peso alienante di una società non perfettamente adatta alle loro esigenze. In Giappone esistono club dove donne single si radunano per poter scambiare solo poche parole con un uomo, in genere una specie di celebrità, un esperto di relazioni che viene pesantemente remunerato. Per gli uomini in cerca di attenzioni femminili, invece, appositi centri di coccole permettono di farsi cullare o farsi rimuovere il cerume da una perfetta estranea. Se preferite invece scappare dalla realtà, creandovi una compagna personalizzata, si può scegliere tra un vasto assortimento di fidanzate virtuali e bambole gonfiabili.

Oggi mi chiedo, quanto rischiamo che la nostra situazione somigli a questa?
Anche noi amiamo distrarci a morte, riempiendo la nostra vita di divertimenti ed evitando di fare i conti con la realtà così com'è, come qualcuno ha giustamente sottolineato.
Come si fa a preservare i rapporti umani, la comunità e la socialità in una società di massa? In una società che tende all'individualismo e all'indifferenza? Che mercifica ogni cosa, finanche le emozioni e le interazioni personali? Come combattere l'apatia che lentamente si insinua in mezzo a noi?

La mia vicina, una sera, ha dimenticato le proprie chiavi di casa nel buco della serratura esterno. Suonare il campanello non è stato sufficiente a farmi aprire perché le riconsegnassi ciò che le apparteneva, perché non voleva aprire la porta. Le ho dovuto spiegare urlando il motivo della visita, cosa che l'ha poi costretta ad aprire, ma solo, badate, per prendere le maledette chiavi.
In questi frangenti è facile chiedersi se ciò rappresenti una prassi "normale". Voi avreste aperto?
Se suonano alla vostra porta, voi aprite?
Se vi chiamano, rispondete?

Credo che per iniziare a ricreare dei rapporti più umani, specie in città come Milano, si debba partire da queste piccole cose. Per combattere la diffidenza e la solitudine.

domenica 8 giugno 2014

George Saunders sul potere della Bontà.

illustrazioni
via New Yorker

Come Jack Kerouac prima di lui, anche George Saunders, celebrato autore tra gli altri di Dieci dicembre (Minimum Fax), è un sostenitore della bontà in tutti i suoi aspetti. In particolare faccio riferimento al discorso che ha tenuto nel Maggio 2013 alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Syracuse University. Il "commencement speech" è una pratica molto diffusa nelle università americane; basti ricordare gli iconici interventi di Steve Jobs a Stanford e di David Foster Wallace, sul senso della vita, al Kenyon College. Il discorso  in questione è stato poi adattato e pubblicato recentemente, anche in Italia, nel libro L'egoismo è inutile. Elogio della gentilezza (Minimum Fax).
Un estratto del discorso, che affronta i temi dell'importanza e del potere della bontà, basandosi su un aneddoto di gioventù di Saunders, è stato animato ed adattato dal canale youtube Above Average in questo video:



La trascrizione, e relativa traduzione, qui sotto:

I’d say, as a goal in life, you could do worse than: Try to be kinder.
In seventh grade, this new kid joined our class. In the interest of confidentiality, her name will be “ELLEN.” ELLEN was small, shy. She wore these blue cat’s-eye glasses that, at the time, only old ladies wore. When nervous, which was pretty much always, she had a habit of taking a strand of hair into her mouth and chewing on it.
 
So she came to our school and our neighborhood, and was mostly ignored, occasionally teased (“Your hair taste good?” — that sort of thing). I could see this hurt her. I still remember the way she’d look after such an insult: eyes cast down, a little gut-kicked, as if, having just been reminded of her place in things, she was trying, as much as possible, to disappear. After awhile she’d drift away, hair-strand still in her mouth. At home, I imagined, after school, her mother would say, you know: “How was your day, sweetie?” and she’d say, “Oh, fine.” And her mother would say, “Making any friends?” and she’d go, “Sure, lots.”
Sometimes I’d see her hanging around alone in her front yard, as if afraid to leave it.
 
And then — they moved. That was it. No tragedy, no big final hazing.
One day she was there, next day she wasn’t.
End of story.
 
Now, why do I regret that? Why, forty-two years later, am I still thinking about it? Relative to most of the other kids, I was actually pretty nice to her. I never said an unkind word to her. In fact, I sometimes even (mildly) defended her.
But still. It bothers me.
 
So here’s something I know to be true, although it’s a little corny, and I don’t quite know what to do with it: 
What I regret most in my life are failures of kindness. 
Those moments when another human being was there, in front of me, suffering, and 
I responded … sensibly. Reservedly. Mildly. 
Or, to look at it from the other end of the telescope: Who, in your life, do you remember most fondly, with the most undeniable feelings of warmth?
Those who were kindest to you, I bet.
 
But kindness, it turns out, is hard — it starts out all rainbows and puppy dogs, and expands to include . . . well, everything.

Traduzione: 
Dirò che, come obiettivo nella vita, uno dei migliori che potrai avere è: Prova a essere più gentile.
Alle medie, questa nuova ragazza si unì alla nostra classe. Nell'interesse dell'anonimato, il suo nome sarà "ELLEN". ELLEN era piccola, timida. Indossava questi occhiali blu a occhi di gatto che, al tempo, indossavano solo le vecchie signore. Quando era nervosa, ed accadeva piuttosto spesso, aveva l'abitudine di mettersi in bocca ciocche di capelli e di masticarle.
 
Così venne nella nostra scuola e nel nostro quartiere, ed era perlopiù ignorata, occasionalmente presa in giro ("I tuoi capelli hanno un buon sapore?"- quel genere di cose). Vedevo come questo la ferisse. Mi ricordo ancora l'espressione che esibiva dopo quel tipo di insulti: occhi abbassati,  colpita allo stomaco, come se, ricordatasi del posto che di solito occupava, cercasse di scomparire. Dopo un po' si sarebbe spostata, con i capelli ancora in bocca. A casa, immaginavo, dopo scuola, sua madre chiederle: " Come è andata a scuola, tesoro?" e lei dire, "Oh, Bene." E sua madre, " Hai fatto amicizia?" e lei, "Sicuro."
Ogni tanto la vedevo aggirarsi da sola vicino al vialetto di casa, come se avesse paura di abbandonarlo.
E poi — se ne andarono. Così. Nessuna tragedia, nessun gran finale tormentato.
Un giorno c'era, il successivo no.
Fine della storia.
Ora, perché mi dispiaccio di questo? Perché, quarantadue anni dopo, ci penso ancora? Relativamente a molti degli altri bambini, mi comportavo abbastanza bene con lei. Non le ho mai rivolto una parola spiacevole. Nei fatti, ogni tanto l'ho difesa,  seppur mitemente. Ma ancora, mi assilla.
Così ecco qualcosa che so essere vero, nonostante sia un po' sdolcinato, e non sappia esattamente cosa farci: 
Ciò che rimpiango di più nella mia vita sono gli episodi in cui non mi sono dimostrato buono. 
Quei momenti in cui un altro essere umano era lì, di fronte a me, sofferente, e 
ho risposto … in modo assennato. Riservato. Pacato.
O, per vederla dal lato opposto del telescopio: Chi, nella vostra vita, ricordate più teneramente, con il più indiscutibile calore?
Quelli che con voi si sono dimostrati buoni e gentili, scommetto.
Ma la gentilezza, in realtà, è difficile - comincia con arcobaleni e cagnolini, e si espande per includere..., beh, tutto.

via 

mercoledì 4 giugno 2014

Perché la musica è come una droga. Il potere scientifico delle sette note.

Dopamine
Il canale youtube AsapSCIENCE ha realizzato un breve video in cui spiega l'effetto che ha la musica sul nostro cervello e perché possa essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria droga.
La risposta alla domanda ve la suggerisce l'immagine qui sopra, ovvero la fantastica DOPAMINA. La dopamina è un neurotrasmettitore collegato direttamente alla sensazione di benessere, soddisfazione e piacere. Viene rilasciata in alcune aree del cervello sottoposte a stimoli che producono motivazione e ricompensa (ad esempio stimoli fisiologici quali il sesso, buon cibo, acqua; artificiali come sostanze stupefacenti; o elettrici e musicali). Non è chiaro il perché, ma l'ascolto di brani musicali è in grado di indurre il rilascio di dopamina, esattamente come farebbe una droga come la cocaina. La cocaina infatti agisce impedendo la rimozione dall'organismo di questa magica sostanza, aumentandone la presenza nel corpo.

Dopamine


Quindi la musica altera l'equilibrio chimico dell'organismo facendoci sentire veramente bene. E allo stesso modo in cui una droga altera i livelli di dopamina, facendoci desiderare una nuova dose, la musica crea dipendenza. Infatti il corpo è stato "ricompensato" in termini chimici dall'ascolto di un brano e di rimando si attiverà il desiderio di riprodurre questa soddisfazione. Ascoltando ancora.

Per questo definiscono la musica "The Drug of Happiness":




Leggi di più sulla felicità:

10 consigli per semplificare la tua vita ed essere più felice;
L'uomo più felice del mondo;
Il segreto per il successo;
Il segreto per la felicità.

martedì 3 giugno 2014

Combattere l'apatia. 3 cose che ci impediscono di agire.

Illustrazione via




Quanto spesso sentiamo dire che alla gente non importa?
Ce l'abbiamo tutti l'amico super-cinico che non va a votare perché non ha senso, che ogni volta che si parla di qualche argomento serio assume un tono beffardo e canzonatorio. Che magari ironizza costantemente su questioni che invece vi sembrano importanti. Quante volte vi ha detto che un cambiamento reale, sostanziale, non è possibile perché la maggior parte delle persone è troppo egoista, troppo stupida o troppo pigra per cercare di fare la differenza nella propria comunità? Che i politici tanto pensano ai propri interessi e non rappresentano davvero i propri elettori? 
Dave Meslin non la pensa come il nostro amico qui sopra, e ci propone l'idea che "l'apatia, come pensiamo di conoscerla, di fatto non esiste, ma piuttosto, che la gente ci tiene, ma vive in un mondo che attivamente scoraggia la partecipazione, piazzando costantemente ostacoli e barriere sulla nostra strada."

Per spiegare come il mondo ci scoraggi, tira in ballo 3 ragioni:

1. I giornali e la pubblicità. 
In un mondo in cui tutto è a pagamento, chi ha più soldi e più canali per far passare la propria opinione non ha difficoltà a farsi ascoltare e a convincere gli indecisi. Chi ha una voce debole e soprattutto non profittevole non potrà mai pagare per far diffondere il proprio messaggio.

Ma il problema maggiore riguarda gli articoli e più in generale come viene affrontata sui giornali la comunicazione politica. Ovvero in un modo che fa sviluppare nei lettori la credenza di dover essere semplicemente degli spettatori e non degli attori sul palcoscenico. Ecco un breve esempio per spiegarlo:
(Questo) è un articolo che parla di una performance teatrale, e comincia con le informazioni base sul luogo, nel caso vogliate andare a vederla dopo aver letto l'articolo -- dove, l'orario, il sito. Lo stesso qui -- è la recensione di un film, una recensione d'arte. E poi c'è una recensione di un libro -- dove ci sarà la lettura, nel caso ci vogliate andare. Un ristorante -- potreste non voler solo leggerne, ma magari ci volete anche andare al ristorante. Quindi vi dicono dov'è, come sono i prezzi, l'indirizzo, il numero di telefono e così via.
Giusto no? Mentre, negli articoli politici, se si parla di una manifestazione o di una campagna a sostegno o contro qualcosa, non troverete mai i numeri, i contatti, i siti di chi la organizza, nel caso vi venisse voglia di aderire, di partecipare. Ed il punto sta proprio qui, perché non ci sono?

2. I Film e i messaggi che veicolano.
Il fatto che non ci sentiamo in grado di poter cambiare le cose o perseguire i nostri sogni certe volte deriva dal fatto che non abbiamo attorno esempi di persone reali che ce l'hanno fatta. L'unico "eroe" che abbiamo "conosciuto" è Harry Potter; e passiamo magari momenti in cui ci chiediamo perché non siamo noi quelli scelti da qualcuno in base ad una profezia.  Dove la nostra lettera di Hogwarts?
Eroi: Come vediamo la leadership? Che cosa hanno in comune alcuni dei film più di successo? 
Hanno tutti eroi che sono stati scelti. Qualcuno gli si è avvicinato e ha detto: "Tu sei il prescelto. C'è una profezia. Tu devi salvare il mondo". E poi qualcuno va e salva il mondo perché gli è stato detto di farlo,con qualche personaggio al seguito. 
Questo mi aiuta a capire perché molte persone hanno difficoltà a vedersi come dei leader. Perché questo manda tutti messaggi sbagliati su cosa sia la leadership. Uno sforzo eroico è uno sforzo collettivo, primo. Secondo, è imperfetto; non è molto alla moda; e non comincia e finisce improvvisamente. E' un processo che continua per tutta la vita. Ma cosa più importante, è volontario. E' volontario. Mentre stiamo insegnando ai nostri figli che l'eroismo comincia quando qualcuno ti fa un segno sulla fronte, o qualcuno ti dice che fai parte di una profezia, gli viene a mancare la caratteristica più importante della leadership, che è che viene dall'interno. Si tratta di seguire i propri sogni -- senza invito, senza invito -- e poi lavorare con gli altri per fare che questi sogni diventino realtà.

3. I Partiti Politici. 
Non pensate anche voi che i veri problemi siano altri? Che in fin dei conti dicano tutti le stesse cose in base al periodo, o all'opinione corrente?
Oh mamma. I partiti politici potrebbero e dovrebbero essere uno dei punti di ingresso elementari per la gente per poter farsi coinvolgere nella politica. Invece, sono diventati tristemente,organizzazioni poco creative e senza ispirazione che fanno enorme affidamento a ricerche di marketing e gruppi di elettori e consumatori che finiscono tutti per dire la stessa cosa, rigurgitandoci più o meno quello che vogliamo sentire a discapito del portare avanti idee toste e creative. E la gente la sente questa cosa, e incoraggia il cinismo.

lunedì 2 giugno 2014

Kurt Cobain sulla propria identità e i propri problemi personali. Un' intervista a pochi mesi dalla morte.



Capire chi siamo alle volte può essere difficoltoso; ed anche capire cosa vogliamo davvero dalla vita spesso non è una strada che percorriamo.
Kurt Cobain non ha certo avuto un' infanzia ed un' adolescenza facili, prima che il successo arridesse a lui e ai Nirvana (per dare uno sguardo a come sono diventati famosi, basta leggere i diari e le lettere di Kurt Cobain). In questo estratto dell' intervista che rilasciò a Jon Savage il 22 Luglio 1993, animato da Blank on Blank, Cobain discute della propria infanzia, di come il divorzio dei propri dei genitori l'abbia segnato, e di come sia giunto a capire chi era davvero.
Jon Savage: Hai avuto problemi quando frequentavi le superiori? 
Kurt Cobain: Si. Sai mi sentivo così diverso e così matto che le persone mi lasciavano da solo. Ho sempre sentito che mi avrebbero votato come quello che avrebbe cercato di uccidere tutti al ballo della scuola.


Cobain racconta di come avesse difficoltà a legare con i ragazzi della sua età, mentre con le ragazze aveva molti meno problemi; di come questo, unito alle chiacchiere dei suoi compagni, l'avesse portato a ritenersi gay:

"Ho anche creduto di essere gay. Pensavo fosse la soluzione al mio problema"
Anche se non ci ho mai provato, avevo un amico gay che mia madre mi impediva di vedere, perché, in realtà, lei è omofoba. E' stato davvero devastante, perché finalmente avevo trovato un amico maschio che abbracciavo e a cui volevo bene e con cui parlavo di molte cose.

Era anche un accanito femminista, poiché poteva vedere da vicino il sessismo e la strumentalizzazione delle donne:

Dal momento che non riuscivo a trovare nessun amico maschio con cui sentivo di essere compatibile, ho finito per uscire molto con le ragazze. E ho sempre pensato che non fossero trattate con rispetto. Specialmente perché le donne sono totalmente oppresse. 

E su come ha capito di essere se stesso, come ha scoperto la musica  punk e ha incanalato la rabbia che sentiva verso il motivo che la scatenava:

Stavo appena iniziando a comprendere quali erano le cose che mi davano davvero fastidio, negli ultimi due anni delle superiori. E a quel punto il punk rock era in ascesa e venne così tutto assieme. Tutto andò a posto come un puzzle. Esprimeva il modo in cui mi sentivo socialmente e politicamente. Tutto. Era la rabbia che sentivo. L'alienazione.


Cobain aveva un' infezione perenne allo stomaco, dovuto probabilmente al proprio temperamento nervoso, che unito alla scoliosi gli provocava un dolore piuttosto acuto quando si sottoponeva a lunghe prove con la band. Il tutto risultava in un amplificato senso di rabbia percepibile nelle canzoni:

Provo sempre dolore, anch'io, e questo aggiunge davvero rabbia alla nostra musica.
Lo fa davvero. Ne sono quasi riconoscente, in qualche modo.

Una testimonianza che fa rivivere il Kurt Cobain reale, circa otto mesi prima della tragica scomparsa. Frammento di intervista che si chiude in maniera ottimista, con il leader dei Nirvana che sembrava aver trovato la stabilità che da tempo mancava nella sua vita, grazie a Courtney Love e alla recente nascita della figlia.

Sai in quest'ultimo anno, il mio stato mentale complessivo e il mio stato fisico sono migliorati di quasi il cento per cento. Non mi sentivo così ottimista da prima del divorzio dei miei genitori. Lo sai? (Ride).

sabato 31 maggio 2014

Dal diario di Jack Kerouac, la genesi di Sulla Strada (On the Road). Le paure di un giovane scrittore.


Jack Kerouac aveva una passione per i diari, per gli appunti fugaci di impressioni che altrimenti avrebbe irrimediabilmente perso (oltre alle lettere e alle liste che compilava in cui dispensava consigli). Degli oltre duecento volumi, custoditi gelosamente a Lowell, dall'ultima moglie, dei brevi estratti sono stati pubblicati dopo la morte di quest'ultima in: Un mondo battuto dal vento. I diari di Jack Kerouac 1947-1954. Ciò che segue si basa in parte su alcuni estratti dei diari pubblicati anche dal New Yorker.

Ciò che emerge dai diari è un Kerouac inedito, giovane e quotidiano, con le sue ansie, i ripensamenti e la paura del successo, nel periodo che va dal Gennaio 1948 al Febbraio 1950; proprio il periodo antecedente alla prima e folle stesura di Sulla Strada (On the Road), completato nel 1951. In quest'arco di tempo finirà il suo primo romanzo pubblicato, La Città e La Metropoli, e intraprenderà gran parte dei viaggi oggetto del successivo:

January 1, 1948. Queens, New York. 
Today, read my novel [“The Town and the City”] in its entirety. I see that it’s almost finished. What is my opinion? It is the sum of myself, as far as the written word can go, and my opinion of it is like my opinion of myself!—gleeful and affectionate one day, black with disgust the next.

Da qui emerge già un aspetto della personalità dell'autore, ovvero la tendenza a cambiare idea su di sé, a scoraggiarsi ed esaltarsi in un' alternanza di momenti alti e bassi. I momenti bassi erano anche quelli in cui non riusciva a soddisfare i ritmi forsennati a cui si sottoponeva:

June 3, 1948. 
I worked out an intricate mathematical thing which determines how assiduously I’m getting my novel typed and revised day after day. It’s too complicated to explain, but suffice it to say that yesterday I was batting .246, and after today’s work my “batting average” rose to .306. The point is, I’ve got to hit like a champion, I’ve got to catch up and stay with Ted Williams (currently hitting .392 in baseball). If I can catch him, June will be the final month of work on “Town & City.”

Sono momenti di amara realizzazione e transizione per lo scrittore simbolo della beat generation. Nel 1948 ha ormai ventisei anni, e sente che è forse giunto il tempo di fare sul serio. Inizia a esternare la consapevolezza, il disgusto per le convenzioni sociali di un' America consumista e conformista:

August 23, 1948. 
Told my mother she ought to go live down South with the family instead of spending all her time slaving in shoe factories. In Russia they slave for the State, here they slave for Expenses. People rush off to meaningless jobs day after day, you see them coughing in the subways at dawn. They squander their souls on things like “rent,” “decent clothes,” “gas and electricity,” “insurance,” behaving like peasants who have just come out of the fields and are so dreadful tickled because they can buy baubles and doodads in stores.
My life is going to be a farm where I’ll grow my food. I won’t do nothing but sit under a tree while my crops are growing, drink homemade wine, write novels to edify my soul, play with my kids, and thumb my nose at the coughing wretches. The next thing you know, they’ll all be marching off to some annihilating war which their leaders will start to keep up appearances. Shit on the Russians, shit on the Americans, shit on them all.

Maine

Ed è in questo contesto che nasce Sulla Strada:

I have another novel in mind—“On the Road”—which I keep thinking about: two guys hitchhiking to California in search of something they don’t really find, and losing themselves on the road, coming all the way back hopeful of something else.

E mentre La città e la Metropoli fatica a trovare un proprio editore, Kerouac è comunque convinto della validità del proprio lavoro, e non si perde d'animo, nonostante le lettere di rifiuto. Nel frattempo inizia l'epoca delle traversate in macchina, con Neal Cassidy al volante, assieme a Louanne Henderson:

January 3, 1949. San Francisco. 
Neal [Cassady] and I and Louanne [Henderson] talking of the value of life as we speed along: “Whither goest thou America in thy shiny car at night?” Seldom had I been so glad.

Dell'inaspettata visione data dalla combinazione tra hashish e viaggio in una notte stellata d'America:

Saw how much genius I had, too. Saw how sullen, blank Louanne hated me. Saw how unimportant I was to them; and the stupidity of my designs on her, and my betrayal of all male friends.

E di come On the Road sia cambiato grazie all'incontro con un vecchio sconosciuto in un saloon del Montana:

February 7, 1949. 
I could not take my eyes off him. My whole concept of “On the Road” changed as I watched.

Gli uomini del Mid-West saranno quelli che più colpiranno la sua immaginazione, contrapposti agli uomini dell'arido Est. Nel bel mezzo di una bufera di neve, Kerouac osserva ragazzi e uomini di Dickinson North Dakota, mentre spalano per una notte intera i cumuli di neve che ostruiscono la strada:

February 9, 1949. 
Is this the “isolationist” Middle West? Where in the effete-thinking East would men work for others, for nothing, at midnight in howling, freezing gales?
The trip across sunny, flat Minnesota was uneventful. How dull it was to be in the East again: no more raw hopes; all was satisfied here.

Stephen Shore 

 E in questo periodo verrà un tentativo di tornare ad una vita più normale e regolare, con il progettato trasferimento in Colorado, a Denver. Ma Sulla Strada ancora lo ossessiona:

April 23, 1949. 
It’s about time for me to start working on “On the Road” in earnest. For the first time in ages, I want to start a new life.

Le cose sembrano quasi subito non funzionare, con Kerouac che ricorderà il 4 Luglio 1949 come uno dei giorni più tristi della propria vita;  in Agosto invece scriverà una testimonianza a proposito di un certo Giroux, editore di una certa fama. I dubbi sulla popolarità che avrebbe potuto raggiungere e le sue implicazioni costituiscono un nuovo motivo di preoccupazione, dato che il manoscritto de La città e la Metropoli era stato appena accettato. La disillusione non tardò ad arrivare:

August, 1949. 
I walk in darkness, and no one will help me but my own mad self. I want to communicate with Dostoyevski in heaven, and ask old Melville if he’s still discouraged, and Wolfe why he let himself die at thirty-eight. I don’t want to give up. I promise I shall never give up, and that I’ll die yelling and laughing.
With Giroux, at Central City, I had seen that my being a published writer was going to be merely a sad affair—not that he intended to show me that. I saw how sad he was, and therefore how the best and highest that the “world” has to offer was in fact empty, spiritless; because after all he is a great New Yorker, a man of affairs, a success at thirty-five, a famous young editor. I told him there were “no laurel wreaths,” i.e., the poet did not find ecstasies in worldly fame, nor in fortune, nor even in anything like acclaim or regard. He quite sensibly told me that the laurel wreath is worn only in the moment of writing.
But that night my dream of glory turned gray, because I saw that the best the “white world” has to offer was not enough ecstasy for me, not enough life, joy, kicks, music; not enough night.

I was so sad—in the violet dark, strolling—wishing I could exchange worlds with the happy, true-minded, ecstatic Negroes of America. All this reminded me of Neal and Louanne, who had been children here and nearby. How I yearned to be transformed into an Eddy, a Neal, a jazz musician, a nigger, a construction worker, a softball pitcher, anything in these wild, dark, humming streets of Denver night—anything but myself so pale and unhappy, so dim.

Some people are made to wish they were other than what they are, only so they may wish and wish and wish. This is my star. What had I done with my life, shutting off the doors to real, boyish, human joy like this, what had made me strive to be “different” from all this?
Now it was too late.

E di seguito i dubbi sul successo del romanzo appena pubblicato (Febbraio 1950), e l'emergere della volontà ferrea di portare a termine il lavoro che occupa la sua mente da due anni. In questo i diari di Jack Kerouac offrono uno spaccato delle paure e delle ansie dello scrittore da giovane, alla Stephen Dedalus, per azzardare un paragone. Il timore di non essere abbastanza si esaurisce in un pensiero finale ottimista e promettente, perché non provarci?

Tuesday, February 28, 1950. 
My new plans for March: soon as I get my money, I’ll join the morning club at the Y and work out almost every weekday. Also, black coffee (no cream and sugar); chinning from the door (which has no real grip, so I can only do ten or eleven or twelve); and less sleep. I’ve been getting fat and lazy. Time for action, time for a new life, my real life. I’ll be twenty-eight in two weeks. Two meals a day instead of three. Much travelling. No stagnation. No more sorrows! No more metaphysical awe! Action . . . speed . . . grace . . . Go! Writing from true thoughts instead of stale rehashes. I’m going to express more and record less in “On the Road.” 
—You have to believe in life before you can accomplish anything. That is why dour, regular-houred, rational-souled State Department diplomats have done nothing for mankind. 
Why live if not for excellence?


venerdì 30 maggio 2014

Le 15 creature più vecchie al mondo.

esseri più vecchi della terra

Gli organisimi viventi più vecchi del pianeta sono un’archivio e una celebrazione del nostro passato, un richiamo all'azione nel presente e un barometro del nostro futuro. Sono sopravvissuti per millenni nel deserto, nel permafrost, in cima alle montagne e sul fondo dell'oceano. Sono sopravvissuti ad indicibili catastrofi naturali e alle invasioni umane, ma ora alcuni di loro sono in pericolo, e non possono semplicemente prendere e andarsene via. Andando alla ricerca di questi organismi, spero di poterattirare l'attenzione sulla loro incredibile resistenza, e contribuire ad assicurare che la loro longevità continui nell’immediato futuro.

Per oltre dieci anni l'artista, fotografa e scienziata Rachael Sussman ha girato il mondo cercando, catalogando e studiando dozzine tra gli esseri viventi più longevi del mondo, tutti d'età superiore ai 2000 anni. Il risultato, un 'incredibile galleria fotografica di esseri bizzarri e affascinanti, è stato raccolto e pubblicato in questo libro: The Oldest Living Things in the World, in cui la Sussman descrive con brevi aneddoti i soggetti, la specie, cosa rappresentano e come sono stati studiati. Il libro si pone ad uno strano crocevia di filosofia, ricerca scientifica ed arte, descrivendo degli esempi di creature incredibilmente longeve e minacciate. Una delle ragioni dell'esposizione, infatti, è sicuramente quella di stimolare la creazione di una certa coscienza riguardo a determinati aspetti della preservazione ambientale, del rispetto che naturalmente sorge dinanzi a forme di vita vecchie di oltre 500.000 anni. Sentimento che non tutti condividono.

Un triste aneddoto spiega, infatti, perché la collocazione esatta di alcuni di essi sia inoltre tenuta nascosta. Il "Senatore" era un cipresso di 3500 anni d'età, bruciato qualche anno fa in modo non ben chiaro:



Nel solco del tema, la fragilità dell'ecosistema in cui molti di essi vivono è un dato di fatto. L'esempio più lampante è quello di questo batterio trovato nel permafrost della Siberia, in grado di "ripararsi" esclusivamente all'interno del proprio habitat. Habitat minacciato dal riscaldamento globale.


Suolo contenente l'actinobatterio siberiano
400,000-600,000 anni | Kolyma Lowlands, Siberia

La Sussman spiega a proposito del batterio, ritrovato da un equipe internazionale che studiava la possibilità di forme di vita su Marte:
Ma il fatto eccezionale a questo proposito è che ripara il proprio DNA al di sotto della temperatura di congelamento. E questo vuol dire che non è dormiente. Sta effettivamente vivendo e crescendo da mezzo milione di anni. É anche probabilmente una delle più vulnerabili tra le creature viventi più vecchie, perché se il permafrost si scioglie non può sopravvivere.
Questi "vecchietti" sono creature affascinanti e curiose, sopravvissuti al tempo e alla minaccia dell'uomo. Di seguito, una breve carrellata:

Pafuri Baobab, Kruger National Park, South Africa, oltre 2.000 ani d'età.


Stromatolites, Carbla Station, Western Australia, 2,000 – 3,000 anni d'età.


Muschio Antartico, Elephant Island, Antarctica, 5.500 anni d'età.


Pino Huon morto, adiacente ad un altro esemplare vivo, Mount Read, Tasmania, 10.500 anni d'età.



 Welwitschia Mirabilis, Deserto del Namib, Namibia, 2000 anni d'età

 Llarete, Atacama Desert, Chile, 2000 anni d'età

 Posidonia Oceanica, Isole Baleari, Spagna, 100.000 anni d'età

 Bristlecone Pine, (Pinus longaeva),White Mountains California, circa 4800 anni

Rare Eucalyptus, New South Wales, Australia, 13.000 anni. Appartiene ad una specie con meno di cinque esemplari rimasti. La Sussman è stata costretta a promettere di non rivelarne l'esatta ubicazione.

Yucca del Mojave, Deserto del Mojave, California, 12.000 anni d'età. La Sussman spiega:
Se siete stati nell'America Occidentale, saprete che il creosoto è praticamente dappertutto, ma ciò detto, vedete che questo qui ha questa forma unica, circolare. E succede che si sta lentamente espandendo all'esterno di quella forma originaria. Ed è uno -- di nuovo, quel sistema interconnesso di radici, che lo rende un individuo genericamente identico. Ha anche un amico vicino,beh, io penso che siano amici. Questa genet è la yucca del Mojave, a circa 1,6 km di distanza, ed ha poco più di 12.000 anni. E vedete che ha la stessa forma circolare. E alle sue spalle alcuni cloni più giovani che punteggiano il paesaggio. Ed entrambi, sia la yucca sia il creosoto, vivono in un terreno di proprietà del Dipartimento di Gestione del Territorio, il che è molto diverso dal vivere protetti all'interno di un parco nazionale. Infatti, questa terra è stata destinata ad area ricreativa per i veicoli fuoristrada.


Pando, Fish Lake, Utah (Usa), 80000 anni d'età. Pando è un genet di un pioppo maschio (Populus tremuloides), ovvero un organismo che vive mediante il continuo sviluppo di moduli che vanno a formare un'unica struttura ramificata. Dai marcatori genetici della pianta è stato stabilito che tutte le ramificazioni di Pando fanno parte dello stesso organismo vivente, con un massiccio sistema di radici sotterranee.




Jomon Sugi, Yakushima Giappone, 2180 anni.Questo è l'albero che ha ispirato questo libro e da cui è iniziato tutto. La Sussman tornerà dal Giappone affascinata e stimolata. A proposito ricorda:
Ciò che state guardando ora è un albero chiamato Jomon Sugi, che vive sulla lontana isola di Yakushima. Questo albero è stato in parte un catalizzatore del progetto. Stavo viaggiando per il Giappone al solo scopo di fare fotografie, quando sentii parlare di questo albero, che ha 2.180 anni, e seppi che dovevo andare a vederlo. Fu soltanto in seguito, una volta tornata a casa, a New York, che mi venne l'idea del progetto. Si è trattato di una lenta lievitazione, per così dire. Penso sia stato il mio desiderio di sempre di unire il mio interesse per l'arte, la scienza e la filosofia a far sì che fossi prontaquando mi si è accesa la proverbiale lampadina. Così cominciai a fare ricerca e, con mia grande sorpresa, scoprii che questo progetto non era mai stato intrapreso prima né in arte né nelle scienze. E, forse ingenuamente, rimasi sorpresa nello scoprire che non esiste nemmeno una branchia delle scienze che si interessi alla questione della longevità globale delle specie.
Gli spezzoni del discorso della Sussman provengono dal suo TED Talk del 2010.
via e via