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giovedì 10 marzo 2016

Piccioni in fiamme. Storie da Roma.

West Baltimore?

 02 Febbraio 2016

Genesi
Roma mi ha dato impressioni contrastanti, a cominciare da le “anime” così diverse dei pochi quartieri che ho frequentato. Parlo di Roma Est, Pigneto, e quella parte di Roma Nord intorno a Corso Trieste e Piazza Bologna. Il Pigneto è un posto ben strano – a partire dalla geografia, delimitato com'è da Prenestina e Casilina - che accoglie, in quest'enclave, svariati tipi umani: la base (popolare) di residenti storici e loro discendenti; un crogiuolo di bengalesi, pachistani, cinesi, argentini, egiziani, greci e molti altri - inclusi gli spacciatori africani che presidiano l'area pedonale; una solida comunità transessuale; e chi ci vive perché gli piace, richiamato dal fascino o dall'hype del luogo. Se Corso Trieste mi ha respinto - con la sua aria medio-alto borghese perfettina, con le sue signore di mezz'età in pelliccia e nipoti in passeggino al sabato mattina - il Pigneto mi ha incantato irresistibilmente: un richiamo, che è diverso dal “richiamo della borgata”; è definibile, solo, come


03 Febbraio 2016

L'altro ieri, mentre pulivo, ho urtato con la scopa la ringhiera del balcone. Il risultato è stato un rimbombo, seguito da un urlo proveniente dal piano di sotto: «Bastardi!».
Questa, grossomodo, l'accoglienza nella nuova casa, assieme ad uno strano disagio per l'assenza del sistema di raccolta differenziata a cui sono abituato. (Non buttavo la spazzatura in un cassonetto pubblico dal 2006.)

In via del Pigneto, se vuoi droga la trovi. Non devi nemmeno cercarla perché ti viene incontro da sé. I ragazzi africani fermano chiunque sembri loro un potenziale cliente. Al richiamo di “Ciao, bello! Tutto a posto?”, io ho sempre risposto affermativamente; perciò non so se la trattativa si sviluppi o meno se segue una risposta negativa.
Oggi uno di loro si è premurosamente informato del mio stato di salute. Dopo, mi ha riso in faccia.

A Trastevere c'è una mensa per i poveri proprio dietro la piazza. Mentre passavo di là, un uomo, con non so quale prognosi, veniva trasportato su di un'ambulanza. I suoi amici, con i quali stava per dividere il pranzo, dicevano: «Era pure il suo compleanno oggi!» e «Dove lo portate?». Ma l'ambulanza era già chiusa.

foto via

1 Febbraio; autobus 50; torno a casa da Ikea. Due donne di colore: una con valigia appresso, l'altra con una bambina di nove mesi legata con una coperta in vita. La bambina, simpaticissima, aveva degli strass nelle treccine.
Poco dopo le incontro al fruttivendolo egiziano mentre contrattano l'acquisto di un bel po' di verdura. Alla fine, pur comprando molto di più, hanno speso quanto me. L'uomo alla cassa, spinto forse da quel sentimento melmoso che è il sentirsi truffati, e cercando comprensione e fratellanza, mi si è rivolto in arabo.
Non era la sua giornata.

Ho sentito una signora con un difetto di pronuncia piuttosto curioso: non sapeva pronunciare le sillabe “di”, “do”, “da” senza aggiungervi una t in mezzo, in modo che suonassero “dti”, “dto”, “dta”.

Donna sudamericana che, al telefono con “hermanita, mamita”, invoca l'aiuto della succitata per redimere il suo hermano, vittima delle grinfie malvagie di Satanas. Con grinta parla del suo allontanamento dal cammino della Santa Chiesa e dei suoi peccati, credo, coniugali. Satanas è potente e infido: non indulgere in tentazione.


04 Febbraio 2016

Durante la mia breve odissea per cercare casa a Roma, mi sono concesso delle piccole pause. Sabato 30 a pranzo sono andato ad un giapponese; non prima però di recarmi a casa di una mia amica. Casa sua è in un grande palazzo di epoca fascista proprio nei pressi di Villa Torlonia. Pensate di entrare in un posto ed avere una sensazione di déjà vu. Poi pensate di scoprire che quello è il luogo dove hanno girato Una giornata particolare di Ettore Scola, e tutto questo, proprio a pochi giorni dalla sua morte.



Il viaggio
Ho toccato il suolo romano Giovedì 28 Gennaio 2016 alle 17:20, Stazione Termini. È stato un viaggio abbastanza insidioso, complicato dalle spropositate dimensioni della mia valigia, che non trovava una sistemazione adeguata alla propria mole, e allietato dai sempre piacevoli compagni di viaggio che il caso mi affianca.
Il gruppo più colorito consisteva di due signore, diventate tre a Brindisi, che andavano a Roma per prendere parte ad un certo evento religioso collegato al Giubileo (se ve lo state chiedendo, c'è ancora il G. a Roma). Dicevano che ci sarebbero state altre seicento sorelle (sic) e la loro principale preoccupazione era di sapere se sarebbero state in grado, una volta arrivate, di partecipare ad una veglia in Basilica. Quale basilica non lo so, ma a questo punto mi sarebbe davvero interessato. Pensavano di andarci direttamente in taxi e con le valigie: abbastanza rischioso, considerati gli allarmi di sicurezza. Penso alle (mie) tre sorelle fermate perché sospette terroriste. E tutto ciò perché non volevano far attendere il Signore.
Le sorelle erano l'incarnazione dello stereotipo della “zitella religiosa”. Organismo che vive per la propria congrega parrocchiale, con cui fa gite ed escursioni, e a essa dedica tutto il proprio tempo libero. Legge brani o lettere dai Vangeli durante le funzioni, tiene la catechesi e pulisce chiesa e sagrestia.
Nei discorsi che facevano non c'era traccia di mariti e/o figli; ma solo di madri e sorelle, con molte probabilità nella stessa condizione. E il loro era tutto un parlare di malattie: il colesterolo, il principale, ed i mezzi per combatterne la perniciosa salita dei livelli. Roberta, la salutista, con un vizietto per i dolci al rum, ne sapeva una più del diavolo: semi di lino, bevande al mirtillo, pasticche miracolose. L'altra il cui nome non conosco, perché era l'unica a interporre ad ogni tre parole pronunciate il nome dell'amica, era una signora di mezz'età, tarchiata, con capelli radi e biondicci che incorniciavano un viso paffuto, dalle guance rosse. Il tocco casalingo erano gli occhiali con lenti sensibili alla luce.
«Roberta!», le “a” sono un po' strascicate e apertissime, «ma le foto di Medjugorje che hai messo nel gruppo WhatsApp dove l'hai prese, Roberta?». «Roberta, ma le hai fatte tu, Roberta? Io sono andata tre volte a vedere la Madonna di Medjugorje, Roberta! Tu non ci sei mai stata, vero Roberta?»


05 Febbraio 2016

La terza, la brindisina, appariva come la più malandata delle tre: fibromialgia, raffreddore cronico, e un problema ai denti dovuto ad eccessivo dimagrimento. Ma ne parlava con leggerezza, perché, suppongo, il Signore è grande e ci protegge. Suo fratello soffriva di demenza vascolare, mentre la madre, di Alzheimer ad uno stadio avanzato (quando si diventa incontinenti e non si riconosce più nessuno). La mammina, però, era tanto bellina, specie nel video che aveva mostrato alle amiche - non troppo interessate a dire la verità; ma pronte ad un coro di approvazione all'esclamazione: «A lei la proteggono gli Angeli!».

Questa va senza dubbio assieme ad altre due “scenette”. La prima riguarda la veridicità indiscussa delle apparizioni di Medjugorje: «Il bello della Madonna (di M.) è che è visibile: che fa i miracoli così...». La seconda, le esclamazioni di felicità, con i volumi delle voci che crescono, al ricevere la chiamata del proprio “referente” Don Pio: una scena degna di Goffredo Parise.

Non finisce qui però.

La mia valigia, che pesava oltre trentacinque kg, mi ha fatto un dolce scherzetto. Mentre scendevo dal vagone della metropolitana ha deciso di piantarmi in asso. Il manico del trolley si è rotto e la valigia si è accasciata proprio in mezzo alle porte ancora aperte. Una signora dietro di me ha commentato svelta: «Ma che sfortuna!»
Pochi commenti furono altrettanto presaghi di sventure quanto questo, nessuno fu mai più provvidenziale ed accorto. Fuori dalla stazione, infatti, mi attendeva mezzo chilometro di salita, vi assicuro, veramente ripida, in alcuni tratti senza marciapiede, perché inesistente o occupato da auto, comunque impraticabile con un oggetto da trascinare.
L'ostello, a tema One Piece, ospitava un pitbull-guardiano di nome Zoro; dei turisti malesi a cui piaceva il “Dumo” di Milano; una venezuelana in carne che voleva sposare un italiano.

foto via


Pigneto confidential
C'è una specie di capanno diroccato, con la malta bene in vista, nel giardino di una casetta. Ogni volta che ci passo sento della musica provenire da lì: vorrei poterci guardare dentro.

Al Pigneto Pasolini ha girato “Accattone” e Rossellini una delle scene per cui Anna Magnani è più famosa. Il Pier probabilmente bazzicava questi luoghi anche quando cercava “divertimenti”.

Nella mia cucina i piccioni si sentono a loro agio. A colazione, pranzo, e fino a sera, basta dimenticarsi di chiudere la porta-finestra e prima o poi, uno o due di loro proveranno ad entrare. E se nessuno li scaccia si danno da fare sul serio. Salgono sul tavolo e mangiano quello che c'è, beccano in giro, e svolazzano ovunque. Una torta, quasi intera e molto buona, ha fatto questa fine. Diciamo che non siamo proprio contenti di ciò: a casa si discute liberamente dei migliori veleni.

Uno dei miei coinquilini ha adottato una strategia più radicale: bomboletta e accendino.
Ha di proposito spostato il bidone con l'immondizia sul balcone; ha atteso l'arrivo di un piccione; e in un istante, è uscito fuori e gli ha dato fuoco. Il piccione in fiamme ha tentato una breve fuga, poi, ancora infuocato, è andato giù come corpo morto. Un leggero tonfo ne ha sancito l'atterraggio.


Martedì al supermercato
Senza olio non si vive”: è un detto così saggio, che me lo sono appena inventato. Diciamo che mi sento sradicato se non posso contare su un buon olio per cucinare. Per me è una delle sicurezze della vita. Martedì, appena arrivato nella nuova casa, mi serviva per forza un po' d'olio, nell'attesa dei rifornimenti pregiati. Alla cassa del supermercato, mentre ne pagavo una certa marca e lo stavo giusto infilando in una di quelle economiche buste biodegradabili, una signora mi folgora così: «Il ***** da domani è in offerta», e disgustata aggiunge: «Deve guardarle certe cose.». E così, se ne va.

I ragazzini che giocano a Fifa e che bestemmiano ad un muro da me.


06 Febbraio 2016

Pignislam
Li vedi arrivare in gruppi, fermarsi davanti ad un piccolo ingresso dove con cura si tolgono le scarpe e da dove, poi, scendono in un seminterrato per la preghiera di mezzogiorno.

A pochi metri di distanza, in un palazzo molto simile a quello della moschea – muri scrostati, aria derelitta – un tizio con cappello di lana scrive intento sul suo laptop color acciaio, mentre, seduto ad un tavolino alto in legno, sorseggia un centrifugato di maracuja, fragole e mango.

Hostarie e Bistrot.

© Gettyimages

09 Febbraio 2016

La capacità di capire il principio creativo trascende ogni tempo e ogni luogo. I 10 Tori sono più che poesia, più che disegni. È la rivelazione di un evolversi spirituale che ha il suo parallelo in ogni bibbia dell'esperienza umana. Possa il lettore, come il patriarca cinese, scoprire le orme del suo io potenziale e, reggendo il bastone del suo proponimento e la brocca di vino del suo vero desiderio, frequentare il mercato e illuminare gli altri. (10 Tori; in Mumon, La porta senza porta, p. 80, Adelphi Milano.)

Are you for real, bitch? (The Wire)


Sommovimenti
In un'altra stanza, una signora di circa quarant'anni parla al telefono con il suo Amore.
«Amore, voglio abbracciarti. Non sai quanto mi manchi. Quando ci vediamo?
«Allora, domani, se verso l'ora di pranzo mi faccio trovare a Barberini? Mangiamo un pezzo di pizza se il tempo è bello.
«Anche il cinese va bene, è un sacco che non ci vado. Ma solo un piatto però.
«Andiamo a villa Borghese dopo aver preso la pizza. Lo sai che tra poco c'è San Valentino, e, lì, spenderemo qualcosa no?
«Allora domani a Barberini.
«Lo sai che volevo dirtelo? Proprio oggi mentre camminavo, ad un certo punto mi sono fermata pensando – ma quanto lo amo?
«Ti amo amore a domani.»
Nel frattempo, nell'aria risuonava un discreto concerto di gas intestinali, proveniente dal bagno poco distante.


Divertente il fatto che Pavese non sopporti Joyce, nonostante abbia tradotto per primo il Dedalus.
Una vignetta per la pubblicità dei Pavesini: una tizia che li mangi con gusto, anche affettato, mentre legge Lavorare Stanca di Pavese.

Nella mia mente prende ogni tanto piede questa fantasticheria: e se l'area pedonale fosse una specie di Hamsterdam? A quel punto inizio a vedere Bubbles e gli altri uscire dai muri e iniziare a fare quello che sanno fare meglio. Guardo la gente agli angoli e penso “Where the stash at, man?” e vedo Omar che tende i suoi agguati a spacciatori sprovveduti.

Io, intanto, mi aggiro per le strade, fischiettando melodie traballanti e improvvisate.

Nel frattempo nella testa mi risuonano droni, stridii e fracassi meccanici; dark ambient e fili spinati.


19 Febbraio 2016

Penso alla contraddizione in termini estetici (nominale e/o banale) nell'immagine di un melo che fiorisce sovrastando questa piccola suburra.

E forse i pini sparsi per il quartiere sono gli unici superstiti dello scomparso Pineto che insisteva prima delle urbanizzazioni, con i suoi pavoni ed il resto.

Mi viene in mente ora un nono piano sulla Prenestina, ed un tramonto rosso, che non
ho ancora visto, che fa da sfondo a San Giovanni in Laterano.


02 Marzo 2016

I piccioni imperterriti vogliono entrare in cucina; fanno dei versi inquietanti e minacciosi. Forse, non conoscevano il loro amico morto sul rogo.
La torta, ahimè, era buonissima.

mercoledì 25 giugno 2014

Primo Levi sull'amicizia.

via


Di noi ciascuno reca l’impronta 
Dell’amico incontrato per via;

Gli amici ci cambiano e noi cambiamo loro, in un continuo scambio che è l'essenza dell'amicizia stessa. Il semplice gesto di aprirci agli altri, rifiutando l'egoismo e accettando che le nostre debolezze siano in bella mostra, ci apre un mondo di gratitudine e di gentilezza inaspettate.
Una breve poesia di Primo Levi richiama i sentimenti dello scrittore verso i propri amici:

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita. 
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite. 
 
16 dicembre 1986

lunedì 23 giugno 2014

Come rendere lo stress amico, gestirne i sintomi e usarlo a proprio vantaggio.

fallen angel
Fallen Angel, Jean Michael Basquiat

Chi di noi non si sente stressato? E chi di noi non mai dato la colpa allo stress per i propri disturbi fisici, per l'insonnia e il cattivo umore? Quando si tratta di stress ci viene sempre da pensare che sia un problema grave che va eliminato, dal momento che ovunque è dipinto come un nemico, come contraltare del benessere. Oggi mi chiedo, e se non fosse così?

Kelly McGonigal è una psicologa della salute e si occupa di tradurre studi teorici in consigli utili e pratici. Negli ultimi dieci anni è stata una delle sostenitrici della tesi secondo cui lo stress è un nemico da combattere. Poi ha cambiato idea. E vi spiego come.
Cominciamo con la ricerca che mi ha fatto ripensare l'intero approccio allo stress. Questa ricerca ha tracciato 30.000 adulti negli Stati Uniti per otto anni, cominciando a chiedere alla gente, "Quanto stress hai provato nell'ultimo anno?" Hanno anche chiesto, "Credi che lo stress sia dannoso per la salute?" Poi hanno usato i registri dei decessi per scoprire chi era deceduto.
Ciò che hanno scoperto era che le persone che avevano provato molto stress nell'anno precedente avevano un rischio di decesso superiore del 43% rispetto ai rimanenti. Questo, però, era vero solo per le persone che credevano che lo stress fosse dannoso per la salute. Le persone che provavano molto stress ma che non vedevano lo stress come dannoso avevano meno probabilità di morire. Di fatto, avevano il rischio di decesso più basso di tutti, comprese le persone relativamente poco stressate.

Quindi Fatto n.1:
Questo studio mi ha fatto pensare: cambiare il modo di vedere lo stress può farvi stare meglio? La scienza dice di sì. Quando cambiate idea sullo stress, potete cambiare la reazione del vostro corpo allo stress.
La reazione del nostro corpo allo stress, come è stato evidenziato in vari studi, si palesa essenzialmente con battito cardiaco aumentato e vasi sanguigni ristretti. Questo è uno dei motivi per cui lo stress cronico viene talvolta associato a malattie cardiovascolari. Nelle persone che sanno gestire lo stress, che non percepiscono quest'ultimo come un problema, i vasi sanguigni rimangono rilassati. Il cuore batte forte lo stesso, ma è un profilo cardiovascolare molto più sano. Assomiglia molto a quello che accade in momenti di gioia e coraggio.  Il cuore, battendo forte, si prepara per l'azione. Il respiro veloce porta più ossigeno al cervello. Lo stress ben gestito non è dannoso.

Fatto n.2:
lo stress vi rende socievoli
E come? Quando siamo sotto stress il nostro corpo produce in risposta un ormone chiamato ossitocina:
(L'ossitocina) Ha anche un soprannome, l'ormone delle coccole, perché viene rilasciato quando abbracciate qualcuno. Ma è solo una piccola parte di quello che fa l'ossitocina. L'ossitocina è un neuro-ormone. Aggiusta gli istinti sociali del vostro cervello. Vi prepara a fare cose che rafforzano le relazioni più strette. L'ossitocina vi fa desiderare il contatto fisico di amici e familiari. Migliora la vostra empatia. Vi spinge anche a essere più servizievoli nei confronti delle persone a cui tenete. Qualcuno ha addirittura suggerito che dovremmo sniffare ossitocina per diventare più compassionevoli e premurosi. Ma c'è una cosa che la gente non capisce dell'ossitocina. È un ormone dello stress. La vostra ghiandola pituitaria emette questa roba in reazione allo stress. Fa parte della reazione allo stress tanto quanto l'adrenalina che vi fa battere forte il cuore. Quando viene rilasciata ossitocina in reazione allo stress, vi spinge a cercare supporto. La vostra reazione biologica allo stress vi spinge a raccontare a qualcuno come vi sentite invece di tenervelo dentro. La vostra reazione allo stress vuole assicurarsi che notiate quando qualcun altro nella vostra vita soffre in modo che possiate sostenervi a vicenda. Quando la vita è difficile, la vostra reazione allo stress vuole che siate circondati da persone che tengono a voi. 
Conoscere questo aspetto dello stress come può rendervi più sani? L'ossitocina non agisce solo sul vostro cervello. Agisce anche sul vostro corpo, e uno dei suoi ruoli principali nel vostro corpo è proteggere il vostro sistema cardiovascolare dagli effetti dello stress. È un antinfiammatorio naturale. Aiuta anche i vasi sanguigni a rimanere rilassati durante lo stress. Ma il mio effetto preferito sul corpo è quello sul cuore. Il vostro cuore ha dei recettori di questo ormone, e l'ossitocina aiuta a rigenerare le cellule cardiache e curare qualunque danno causato dallo stress. Questo ormone dello stress rafforza il cuore, e la cosa fantastica è che tutti questi benefici fisici dell'ossitocina vengono aumentati dal contatto sociale e dal supporto sociale, in modo che quando vi rivolgete ad altri sotto stress, che sia per cercare supporto o per aiutare qualcun altro rilasciate maggiori quantità di questo ormone, la vostra reazione allo stress diventa più sana, e recuperate più velocemente dallo stress. Trovo straordinario che la vostra reazione allo stress abbia un meccanismo incorporato per la resistenza allo stress, e che quel meccanismo siano le connessioni umane.
 Quindi la McGonigal suggerisce una via alternativa a quella che descrive il nostro usuale rapporto con lo stress. Imbracciare lo stress e padroneggiarlo per costruire dei rapporti umani più profondi e duraturi e viceversa. La sua è una psicologia del coraggio, ovvero quella di affrontare le sfide e le difficoltà che la vita ci pone per uscirne felici e rigenerati. Lo stress è salutare per raggiungere determinati obiettivi personali, e vivere una vita più ricca e felice.
Come pensate e come agite può trasformare il modo di sperimentare lo stress. Se scegliete di vedere la reazione allo stress come utile, create la biologia del coraggio. Quando scegliete di entrare in sintonia con gli altri sotto stress, create capacità di recupero.Non chiedo altre esperienze stressanti nella vita, ma questa scienza mi ha fatto davvero rivalutare lo stress.Lo stress ci dà accesso ai nostri cuori, al cuore compassionevole che trova gioia e senso nell'entrare in sintonia con gli altri, e al cuore fisico, che batte forte e che tanto lavora per darci forza ed energia. Quando scegliete di vedere lo stress in questo modo, non solo affrontate meglio lo stress, ma fate anche un'asserzione molto profonda. State dicendo che potete fidarvi di voi stessi quando si tratta di gestire le sfide della vita, e ricordate a voi stessi che non le dovete affrontare da soli.

via